Famiglie mobili


Stamattina ho letto questo interessante articolo su Repubblica. In periodi di difficoltà nel trovare (e mantenere) un lavoro, di precarietà dei rapporti di lavoro, di difficoltà per le giovani famiglie il fatto che marito e moglie lavorino in luoghi diversi non cedo sia una cosa così sporadica.
L’ISTAT li definisce “Pendolari della famiglia”, un fenomeno che oggi riguarda in Italia quasi due milioni e mezzo di persone, di cui 650 mila formano stabilmente nuclei di “famiglie a distanza”, con numeri in perenne crescita, e dove le donne in trasferta sono sempre di più.
A questi vanno aggiunti, nelle grandi città, le famiglie in cui almeno dei due genitori esce di casa molto presto, in treno o in auto, per raggiungere il lavoro e rientra a casa molto tardi, in treno o in auto: anche in questi casi, almeno durante la settimana, il rapporto di coppia è molto allentato. Per chi ha figli è ancora più difficile. Soprattutto se nella città in cui si risiede non ci sono altri aiuti su cui contare (nonni, zii, amici). Difficile e costoso, proprio come nelle storie raccontate nell’articolo.
Ma d’altronde pur di avere un figlio una coppia mette in conto difficoltà, disagi e costi. E fa poi di tutto per dedicargli tutto il tempo possibile. Sono le difficoltà della mia generazione: mancanza di condivisione della quotidianità, relazioni familiari sono fatte di momenti, desiderio di migliorare la qualità della vita, insofferenza verso tutto ciò che ostacola questi sforzi (il traffico, la qualità dei servizi, ecc.). Ma di fondo c’è molto ottimismo. Se no, come si farebbe?

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