Oggi è stata la giornata del blocco totale delle città (del Nord). Le recenti polemiche sull’inquinamento da polveri sottili ed il superamento dei limiti imposti dall’Unione Europea si è focalizzato quasi esclusivamente sul traffico stradale. Giova tuttavia ricordare che questa è solo una delle fonti che contribuiscono all’emissione di particolato.
Secondo uno studio patrocinato dall’ACI e riconducibile a dati dell’allora APAT, oggi confluita nell’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – le emissioni di PM10 sono così ripartite:
trasporto stradale 29% (di cui veicoli industriali e bus 9%, autovetture 8%, veicoli commerciali leggeri 5%, non dovuti a combustione 4%, ciclomotori 2%, motocicli 1%);
emissioni industriali e da centrali termiche 25%;
altre forme di trasporto (marittimo, aereo, ferroviario) 15%;
impianti residenziali, commerciali, istituzionali 11%;
processi produttivi 10%;
processi di combustione naturali 10%
Se anche per assurdo si bloccasse totalmente la circolazione stradale, il problema resterebbe comunque non risolto, originando le altre fonti più del 70% di questi pericolosi inquinanti.
DUNQUE?
Occorre un approccio integrato, agendo in maniera coordinata su tutte le fonti. Le soluzioni sono già ampiamente disponibili e consentono notevoli risparmi economici oltre a contribuire alla salvaguardia dell’ambiente e della nostra salute. Per esempio, oltre alla semplice accortezza di regolare i termostati dei riscaldamenti su temperature non eccessivamente elevate, le moderne caldaie ad alto rendimento e le valvole termostatiche permettono un notevole abbattimento dei consumi. Per non parlare di quanto sarebbe indispensabile completare la conversione degli impianti al metano (per ovviare, almeno temporaneamente, si stanno sperimentando soluzioni come l’applicazione di filtri antiparticolato alle caldaie a gasolio). Anche i filtri industriali hanno ormai raggiunto un ottimo grado di efficacia ed efficienza. Sono solo alcuni esempi di come, volendo agire con risolutezza, il problema può essere affrontato con successo.
E I BLOCCHI?
La loro efficacia è manifestamente limitata nel tempo e nello spazio, specialmente se attuati in giornate non lavorative in cui comunque il livello della circolazione non è paragonabile ai giorni feriali. Al massimo possono contribuire a ridurre il livello d’inquinamento del giorno in cui sono attuati, salvo tornare immediatamente ai consueti valori nei giorni successivi.
Si tratta d’interventi spot, dettati dall’emergenza, che però vengono attuati successivamente al manifestarsi dell’emergenza stessa, magari al solo o principale fine di evitare le sanzioni previste dalle norme europee.
Per di più, si tratta di interventi a macchia di leopardo, in cui ogni ente territoriale decide autonomamente, limitando ulteriormente l’efficacia del provvedimento. Per esempio per il blocco del traffico previsto per domenica, in Lombardia aderiranno nove capoluoghi su dodici, ed anche all’interno delle singole Province c’è molta disomogeneità (quasi tutti i Comuni della Provincia di Milano hanno deciso di non aderire, solo 2 su 132 parteciperanno); anche in Piemonte ci saranno delle eccezioni, sia a livello di capoluoghi, sia nei comuni dell’hinterland torinese. Anche tra gli enti c’è contrasto, visto che le Regioni non sempre supportano questa scelta. Già nel 2008 l’ACI, nel suo Manifesto presentato a Parlamento e Governo, auspicava una maggiore uniformità, attraverso l’emanazione di una norma quadro che stabilisca i criteri uniformi in base ai quali le autorità comunali possano predisporre provvedimenti che limitano la circolazione veicolare. In particolare:
- individuazione delle tipologie di veicoli per i quali è vietata la circolazione, in relazione alle dotazioni tecnologiche (filtri antiparticolato, motori Euro 5, ecc.);
- definizione di eventuali criteri di politiche tariffarie per l’accesso ai centri delle città;
- individuazione di alternative di trasporto che assicurino l’accessibilità dei cittadini ai servizi della città;
- definizione di una segnaletica uniforme dedicata alle zone sottoposte a limitazione;
- definizione di metodologie di valutazione dell’efficacia ambientale con analisi “prima-dopo”, che misurino oggettivamente i risultati dei provvedimenti, i cui risultati siano comunicati ai cittadini.
Sono interventi il cui aspetto politico/demagogico e massmediatico è prevalente sull’effettiva efficacia, adottati spesso solo per dimostrare che gli amministratori non sono immobili sul fronte dell’inquinamento.
QUALI ALTRE INIZIATIVE?
I blocchi, dunque, da soli non possono essere risolutivi. Occorre metter in atto una serie di iniziative che possano favorire la riduzione del contributo che il trasporto su gomma fornisce all’inquinamento.
Potenziare il trasporto pubblico locale, soprattutto su ferro, dedicandogli finalmente quegli investimenti che in altri Paesi europei hanno consentito di raggiungere percentuali di utilizzo davvero invidiabili e completando la liberalizzazione del settore. Si ridurrebbero così quei fattori negativi che in Italia ne hanno sempre penalizzato l’uso, in particolare le frequenze di passaggio ed i tempi di percorrenza (creare corsie preferenziali, ad esempio, ha un costo quasi nullo ed un’efficacia molto alta).
Favorire il ricambio del parco veicolare, la cui età media è ancora molto elevata, nonostante il quasi milione di veicoli rottamato nel corso del 2009 grazie al ricorso agli incentivi. Devono essere favoriti quei veicoli più eco-compatibili, sia per il settore privato sia per il trasporto pubblico (bus elettrici e a metano, peraltro, non sono ormai più una novità nelle flotte di molte città).
Ripensare profondamente l’uso del territorio, spostando i poli d’attrazione del traffico dal centro delle città e stabilendo con legge quadro criteri generali per la realizzazione di nuovi insediamenti urbani, ponendo fine al fenomeno tipicamente italiano in cui sono le infrastrutture di trasporto a dover inseguire gli insediamenti e non viceversa, come dovrebbe avvenire nell’ambito di una corretta programmazione urbana.
Adottare, ove necessario, provvedimenti di regolazione del traffico e limitazione della circolazione (congestion charge, zone a traffico limitato, isole pedonali, “zone 30”).
Promuovere con adeguati investimenti la realizzazione di aree di sosta in prossimità di nodi di scambio con il TPL (i parcheggi di scambio attualmente esistenti, soprattutto in prossimità delle stazioni della metropolitana o dei treni locali, riscuotono un notevole successo).
Favorire un sistema razionale di sosta a pagamento, con tariffe differenziate per zona ed orario, anche in aree sotterranee. La costruzione di parcheggi sotterranei deve continuare ad essere una priorità: si pensi che è possibile stimare che nelle aree metropolitane il 15% della mobilità è “inutile”, poiché dedicata alla ricerca del parcheggio. Occorre inoltre esercitare finalmente un’azione decisa contro il fenomeno della sosta selvaggia e in doppia file, che crea non pochi problemi alla fluidità della circolazione.
Formare ed educare il cittadino ad un uso responsabile del mezzo privato in ambito urbano, riducendo gli spostamenti con l’automobile se non strettamente necessari. Promuovere i corsi di guida ecologica, c.d. ecodrive, che permettono una guida rispettosa dell’ambiente e che limita i consumi (non solo di carburante, ma anche di altre parti del veicolo che in qualche modo possono contribuire all’emissione di sostanze inquinanti, come gli pneumatici ed i freni).







